“Il Castello del principe Barbablù”, tra folklore reinventato e riflessione sulla coppia
Béla Bartók, padre dell’etnomusicologia moderna? L’etichetta è giustificata: nei primi anni del XX secolo, Bartók e il suo connazionale Zoltán Kodály percorrono le campagne ungheresi e romene per raccogliere e trascrivere melodie popolari tramandate oralmente da generazioni. Lontano da una ricerca di sapori esotici (come un Ravel o un Debussy che attingono ai ritmi e ai colori della Spagna o di Giava), si tratta di un profondo impegno patriottico: salvare dall’oblio una cultura fragile, minoritaria all’interno di un impero soffocante.
Pioniere dell’etnomusicologia
Bartók nasce nel 1881 nel Banato austro-ungarico, una regione nota per la sua ostilità verso gli Asburgo, dove convergono più culture: magiara, romena, slovacca. La sua formazione all’Accademia reale di Budapest resta fortemente segnata dall’eredità germanica. Il suo docente di composizione, Hans von Koessler, è tedesco, e le sue prime opere suonano come Brahms.
Eppure, già dal 1902, aderisce senza esitazioni al movimento nazionalista ungherese. «Si diceva che bisognasse creare, anche in musica, qualcosa di specificamente nazionale, ricorderà vent’anni più tardi. Questo movimento mi ha spinto, anch’io, a rivolgere la mia attenzione allo studio della nostra musica popolare, o meglio di quella che allora era considerata musica popolare magiara.»

© Bartók registra su fonografo canti folklorici a Darázs
Perrault in Transilvania

© Olga Haselbeck (Judith), Oszkár Kálmán (Bluebeard), Dezső Zádor e Béla Bartók dopo la prima del Castello del principe Barbablù nel 1918
Pur non portando un’etichetta specificamente “folcloristica” e senza negare l’influenza di Pelléas et Mélisande di Claude Debussy sulla sua composizione, Bartók porta in Il Castello del principe Barbablù la stessa vena identitaria. Musicalmente, si traduce in un linguaggio modale con scale pentatoniche tipiche delle tradizioni popolari ungheresi. Dal punto di vista drammaturgico, assume la forma di un’immersione nell’universo secolare delle ballate della Transilvania. Il libretto, firmato Béla Balázs, risale una lunga catena: il poema Ariane et Barbe-Bleue di Maeterlinck, messo in musica da Paul Dukas all’inizio degli anni 1900, a sua volta erede della fiaba di Perrault La Barbe bleue pubblicata nel 1697.
Il risultato è davvero sorprendente: l’unica opera composta da Bartók mette in scena, in un atto unico di circa un’ora, due protagonisti, Barbablù (baritono) e Judith (mezzosoprano), oltre a un bardo narratore che fissa l’ambientazione in forma di prologo.
Da Arianna a Judith
Presentata in prima assoluta il 24 maggio 1918 all’Opera di Budapest, l’opera colpisce subito per le numerose libertà che si prende rispetto all’originale di Perrault, e persino rispetto al poema di Maeterlinck, che Béla Balázs rivendica tuttavia come punto d’ancoraggio del suo libretto. Prima di mettersi al lavoro nel 1910, il drammaturgo si era infatti recato a Parigi per assistere, il 10 maggio 1907, alla prima dell’“ Ariane et Barbe-Bleue di Dukas, accompagnato da Zoltán Kodály. Ne era tornato deciso a seguire le orme del collega belga, proponendo persino inizialmente a Kodály di scriverne la musica. Se da Maeterlinck riprende certo questa scelta fondamentale, che presenta le mogli di Barbablù non assassinate, come in Perrault, ma rinchiuse dietro sette porte, la coppia appare invece inserita in una dinamica del tutto diversa.
© Incisione su rame di Antoine Clouzier. Illustrazione che ornava l’edizione originale dei Racconti di Mamma Oca di Charles Perrault, 1697.
Barbablù innamorato
Quasi assente in Maeterlinck, qui il marito è il personaggio centrale dell’opera, con un volto molto più generoso rispetto alle rappresentazioni precedenti: per amore di Judith, cerca di frenare una curiosità che potrebbe essergli fatale. Judith, dal canto suo, appare sotto una luce meno virginale, quella di una donna che, ignorando i ripetuti avvertimenti del marito, fa andare in frantumi la fedeltà coniugale. Ma poiché in amore nulla è mai semplice, ci si chiede al tempo stesso se questa curiosità non sia legittima quando si provano dei sentimenti.
Non è forse lo stesso amore che, anche per lei, guida i passi della sua pericolosa esplorazione: il desiderio di conoscere l’anima dell’altro fino agli angoli più oscuri?

© Incisione colorata di Barbablù, pubblicata in I racconti di Perrault, disegni di Gustave Doré, 1862.
La passione di Simon Rattle
Per portare questo capolavoro agli ospiti del Verbier Festival: un uomo in uno dei suoi repertori d’elezione, il direttore britannico Sir Simon Rattle. Alla guida della Verbier Festival Chamber Orchestra, darà slancio a sua moglie Magdalena Kožená, riconosciuta per le sue interpretazioni di Janáček o Mahler, e a un Barbablù incarnato da Gerald Finley, che farà il suo debutto a Verbier quest’estate. Gli artisti ideali per rendere la profondità di questo libretto magnificamente radicato nel suo secolo!

IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ
Venerdì 24 luglio 2026, 18:30–20:30
Salle des Combins
