Degno erede dei maestri della Prima Scuola di Vienna (Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert) e dei grandi romantici tedeschi (Mendelssohn, Schumann, Bruckner, Wagner), Gustav Mahler (1860-1911) sceglie la sinfonia come terreno d’espressione privilegiato.
Nel corso di dieci opus magistrali, di cui l’ultimo rimane incompiuto, questo figlio di un modesto locandiere boemo fa letteralmente esplodere la forma di questo genere secolare. Cerca di far nascere dall’orchestra un universo unico, senza limiti, all’altezza della sua ambizione stratosferica.
Vincere il “segno indiano”
Come Brahms prima di lui, Mahler è pietrificato dal “fantasma” di Beethoven, e non riuscirà a vincere del tutto il “segno indiano” delle nove sinfonie. Tuttavia, questo perfezionista si sente sostenuto nella sua “missione” dalla mistica di Bruckner e dall’eredità di Wagner, di cui ammira in particolare la capacità di sviluppare un’idea musicale. Così facendo, apre a sua volta la strada alle rivoluzioni future, in particolare quella della Seconda Scuola di Vienna, che farà definitivamente esplodere il vincolo della tonalità.

Gustav Mahler, fotografato nel 1907 da Moritz Nähr, in qualità di Direttore della Wiener Hofoper (Wiener Staatsoper)
Rinascita tardiva… e cinematografica!

© Caricatura della Sesta Sinfonia di Mahler (1907): “Mio Dio, ho dimenticato il clacson! Ora dovrò scrivere un’altra sinfonia.”
Questa audacia visionaria ha il suo rovescio. A forza di rimettere continuamente mano all’opera, per avvicinarsi sempre di più a un ideale sonoro ed espressivo, inevitabilmente irraggiungibile, Mahler rende più difficile l’accesso alle sue sinfonie, smarrendo l’interprete in una foresta di edizioni. Anche l’ascoltatore, dal canto suo, si sente disorientato di fronte all’ampiezza dei suoi affreschi, popolati di strumenti inattesi come la chitarra, il mandolino o il glockenspiel.
Il discorso musicale, nelle sue proporzioni come nella sua forma, a lungo disorienta il pubblico dei Paesi latini, troppo pronto a vedervi della “pompa germanica”, impedendo in particolare di apprezzare al giusto valore la finezza del contrappunto e la generosità dell’impronta popolare. Bisogna così attendere più di mezzo secolo per vedere le opere del compositore applaudite: questa svolta si deve all’energia di direttori come Leonard Bernstein e Bernard Haitink, ma anche alla spinta cinematografica di Luchino Visconti che, nel 1971, scelse il languido Adagietto della Quinta Sinfonia per accompagnare il suo film di culto Morte a Venezia tratto da Thomas Mann.
La Sesta: ritorno alla forma classica
Una volta tanto, è Mahler stesso a dare alla sua Sesta Sinfonia il soprannome di “tragica”, di cui dirige personalmente la prima esecuzione nel 1906. A lungo considerata la più difficile da avvicinare, oggi è invece celebrata dagli aficionados come la più perfetta delle nove sinfonie.
Dal punto di vista della forma, dopo opere frammentate che mescolano la voce agli strumenti, Mahler torna sui binari della grande tradizione classica esaltata da Haydn: quattro movimenti e una tonalità di partenza che è anche quella d’arrivo, questo la minore, tonalità tragica per eccellenza in Mahler.

© Gustav Mahler dirige l’Orchestra Filarmonica di Vienna. Olio su tela. di Max Oppenheimer, 1935
“La sua vita in musica”
Il paradosso è sconcertante. Nell’estate del 1904, una delle più felici della sua vita, Mahler produce una delle sue opere più cupe. Sua moglie Alma Mahler lo annota nelle sue memorie: “Nell’ultimo movimento, descrive se stesso, cioè la sua decadenza, o come diceva più tardi, quella del suo eroe. L’eroe che riceve tre colpi del destino, di cui l’ultimo lo abbatte come un albero!” Sono le stesse parole di Mahler…”
Con i Kindertotenlieder come con la Sesta, ci dice ancora Alma, ha messo anticipando la propria vita in musica. Mahler ricorre infatti a un martello speciale che rappresenta i colpi del destino, la cui intensità non ha eguali quanto a simbolismo: l’anno successivo alla prima della sua sinfonia “tragica”, sua figlia muore, viene licenziato dal suo incarico all’Opera di Vienna e gli viene diagnosticata una malattia cardiaca.

© Graham Jones della Liverpool Philhamonic per The Independent
“Geniale monumento funebre alla tonalità classica”
Il musicologo Marc Vignal propone una lettura più distaccata, meno biografica di Alma Mahler: “Questa Sesta Sinfonia non è un canto di disperazione e non ha nulla di elegiaco. Densa, energica, è testimone di lotte furiose il cui esito, fino all’ultimo momento, può sembrare incerto. L’“eroe” muore in piedi. L’opera è concisa, lapidaria, al tempo stesso capolavoro di logica e capolavoro di passione. È grandiosa e un geniale monumento funebre alla tonalità classica, alle sue forme, al suo lavoro tematico, e anche al romanticismo del XIX secolo.”
Sotto il gesto energico di Gianandrea Noseda
Per guidare questo monumento che farà seguito al Secondo Concerto per pianoforte di Chopin interpretato da Mikhaïl Pletnev, la Verbier Festival Orchestra potrà contare su tutta la competenza e l’energia del direttore italiano Gianandrea Noseda, ben noto ai melomani svizzeri per le sue prodezze in buca all’Opernhaus di Zurigo dal 2017. Uno degli eventi di questa 33a edizione, da non perdere per nessun motivo.

